Il riuso “made in Italy” base possibile della circular economy?

I numeri legati allo sfruttamento delle risorse del nostro pianeta parlano chiaro: stiamo dando fondo all’eredità lasciata da chi ci ha preceduto. Il Global Footprint Network ci dice che quest’anno l’Earth Overshoot Day (Giorno del sovrasfruttamento) è caduto l’8 di agosto: ciò significa che entro quella data abbiamo consumato completamente il budget di risorse naturali a disposizione del pianeta per l’intero anno. Nei primi anni ’70 la data in cui la domanda annuale di risorse dell’umanità supera ciò che la Terra può rigenerare nello stesso anno, era alla fine di dicembre.

Partendo da questa considerazione è innegabile la necessita’ di una presa di coscienza collettiva che coinvolga aziende, imprese, pubblica amministrazione, terzo settore e singoli individui nel loro ruolo di consumatori, e che porti verso un nuovo modo di pensare, di agire, di produrre valore.

In questo contesto la circular economy costituisce una, o forse direi, la più grande opportunità degli ultimi 250 anni: un nuovo modello di sviluppo e crescita che produce valore grazie a un virtuoso e sinergico riutilizzo delle risorse (materie prime, energia, spazio, tempo, momenti di consumo), generando evidenti impatti positivi dal punto di vita ambientale, sociale e economico, oltre a costituire un vantaggio competitivo per quelle aziende che sapranno applicarlo in maniera sistemica e strategica.

La circular economy è una nuova rivoluzione industriale, un fenomeno che può generare sulla scena dell’economia globale un risparmio calcolato di 4.500 miliardi di dollari e un impatto sociale decisamente rilevante.

Di questo modello economico e della sue possibili applicazioni ce ne parla Peter Lacy – Global Managing Director Sustainability Services di Accenture – nel suo libro “Circular economy. Dallo spreco al valore”, raccontandoci best practice internazionali.

Ma qual è lo scenario nel nostro Paese? Le aziende pioniere come si stanno muovendo verso l’applicazione di modelli di business che riconducono alla circular economy? L’Italia ha necessità di accelerare su questo fronte?

Fortunatamente possiamo già annoverare esempi virtuosi.

D’altro canto la nostra è una cultura che storicamente ha radici nel concetto del riuso. Basti pensare alla tradizione culinaria popolare e alle nostre nonne che sfornavano polpette e pasticci per non buttare via nulla. I nostri artigiani hanno sempre considerato la cultura della riparazione come parte integrante del loro lavoro. Ora invece, purtroppo, preferiamo il prodotto usa e getta.

In Italia esistono esperienze diverse, per natura, applicazione e presa di coscienza. Due le tendenze principali.

Da un lato ci sono le aziende che hanno fatto della circular economy il proprio core business, sia esperienze storiche di applicazione del concetto di riuso e di riutilizzo, come quelle del trattamento dei rifiuti, sia approcci innovativi, come quelli legati alla digital transformation e alla sharing economy.

Dall’altro lato ci sono le realtà che pur operano in settori diversi, sperimentano la circular economy attraverso l’attuazione di progetti di responsabilità sociale d’impresa, terreno fertile per iniziative di advocacy e sensibilizzazione che favoriscono un possibile cambiamento culturale. E qui parlo ad esempio del riuso di edifici abbandonati, del riutilizzo di prodotti e materiali per realizzarne altri che vengono rimmessi sul mercato.

Qual è quindi ora il passo successivo? Valorizzare le best practice e stimolare la presa di coscienza da parte di quelle realtà pioniere che gia’ sperimentano la circular economy, sia che essa costituisca il core business, che l’ambito sperimentale di attuazione di iniziative di csr. La finalità è favorire il trasferimento di quanto replicabile ai propri modelli operativi di produzione dei ricavi e di gestione dei costi, affinché la circular economy diventi un modello di business, un nuovo modo di stare sul mercato, un approccio insito nel dna di ogni attore economico e non solo.

Sono i consumatori, attratti in numero sempre maggiore  dal valore aggiunto ambientale e sociale, che con le loro scelte possono accelerare questo processo. Fare cultura per stimolare la domanda deve essere oggi il nostro impegno.

Anna Puccio – Segretario Generale di Fondazione Italiana Accenture

Corriere Sociale – 12.10.2016

La risposta dell’economia circolare

La pressione sull’ambiente rischia di diventare insostenibile. E le risorse potrebbero non bastare per tutti. Ecco perché si impongono un nuovo modello di crescita e una convergenza tra privato e pubblico
L’economia circolare si impone oggi all’attenzione di tutti, con urgenza, per motivi pratici, concreti e di impatto sociale.
Con previsione attendibile, entro il 2030 due miliardi e mezzo di persone si aggiungeranno alla categoria dei consumatori medi, con un incremento del 100% rispetto al 2013, accedendo a prodotti e servizi per la casa, l’alimentazione, i trasporti, l’abbigliamento, le comunicazioni, il divertimento, la sanità, la cultura e quant’altro.

La crescente pressione sull’ambiente e le risorse naturali, che diventerebbe insostenibile se proiettassimo i dati attuali, potrebbe essere solo una delle problematiche da fronteggiare. Ancor prima si porrà il tema della non disponibilità di risorse sufficienti a soddisfare i nuovi bisogni.
In questo contesto, il modello lineare di crescita economica seguito nel passato non è più adatto alle esigenze delle società moderne in un mondo globalizzato, ed è necessario trovare un modo di utilizzarle che sia sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, e rientra anche nell’interesse economico delle imprese fare il miglior uso possibile delle loro risorse.

Da qui nasce un’opportunità concreta per nuovi modelli di business, come quello dell’economia circolare, basati sull’uso di fonti rinnovabili, sul riciclo dei materiali e di componenti, pensando a prodotti dalla vita più lunga, il cui utilizzo possa essere condiviso, fino a modelli basati sulla vendita del prodotto come servizio.

I driver che spingono l’adozione di questi nuovi modelli non sono solo la scarsità e i prezzi di fonti e materie prime. Un ruolo di abilitatore è giocato dalle nuove tecnologie che consentono oggi un‘accelerazione del trasferimento di informazioni e della condivisione. In ultimo, ma non per importanza, esiste una spinta sociale che vede attivi sia soggetti e approcci tipici del settore non profit, sia una massa crescente di consumatori non solo idealmente sensibili al tema ecologico e sociale, ma anche impegnati a formulare le proprie scelte d’acquisto sulla base anche di questi fattori.
In un mondo competitivo l’opportunità è per chi interpreterà, e sta interpretando, meglio questa dinamica ormai ineludibile, ma lo è anche per chi si muoverà per primo.

E in epoca di globalizzazione, a muoversi meglio, più organicamente e tempestivamente dovranno essere le imprese, ma anche i sistemi geografici locali, regionali, nazionali e, ormai, sovranazionali, come l’Unione Europea.
Un tema di questa portata e di questo impatto economico e sociale potrà essere affrontato con maggiore successo grazie alla convergenza tra privato e pubblico, tra libero mercato e regolamentazione. Economia e politica, nel più alto rispetto delle rispettive autonomie e prerogative, devono saper trovare un rapporto dialettico che rinnovi il vantaggio reciproco, a beneficio di imprese, collettività e individui.

 

– La mia finanza green –

 

[embeddoc url=”http://fondazioneaccenture.it/wp-content/uploads/La-mia-finanza-green.pdf” height=”500px” download=”none” viewer=”google”]

La-mia-finanza-green.pdf