Fondazioni, competenze e trasparenza per costruire l’Italia di domani

Nel prossimo futuro esistono due macro aree dove il ruolo delle Fondazioni deve portare una vera e propria spinta propulsiva. Da una parte accellerare lo sviluppo di pensiero futuro, cultura e competenze su temi d’impatto rilevanti per il Paese, dall’altra promuovere la scalabilità e replicabilità delle iniziative che hanno contribuito, con il loro sostegno, a far nascere. Si tratta di veri e propri spin off capaci di essere sostenibili economicamente e di soddisfare bisogni in una logica end to end che integri tutti gli anelli della catena del valore e l’aggregazione di soggetti diversi massimizzando l’impatto sociale, tema a cui la nuova normativa che regolamenta il Terzo Settore fa ampio riferimento.

Il nuovo testo legislativo prospetta per le Fondazioni alcune scelte molto importanti sia a livello di mission sia a livello operativo: in primis su quali settori concentrare i propri obiettivi di impatto sociale osservabile e misurabile e in secondo luogo quali soggetti aiutare valutando tra quelli a più alto potenziale di sviluppo e quelli che indirizzano i bisogni sociali nelle situazioni di maggiore disagio.
Alla luce di questo, sarà necessario definire quali processi e criteri adottare nelle proprie scelte erogative.
La Riforma manca ancora di alcuni regolamenti attuativi, ma appare chiara sin da oggi la volontà di imprimere una forte focalizzazione sui temi delle competenze, della trasparenza, della trasformazione digitale e dell’efficacia dell’impatto sociale. L’obbligo del bilancio sociale per le organizzazioni aderenti al Registro Unico, con un volume di attività superiore al milione di euro e la sua pubblicazione online, evidenziano un chiaro segnale in questa direzione, assieme all’obbligo di avere un sito (proprio o in associazione), alla trasparenza online degli atti, alla trasparenza delle relazioni con la Pubblica Amministrazione e alla reportistica anche per i soggetti con un’ attività al di sotto del milione di euro.
Requisiti che rappresentano un elemento di accreditamento e garanzia per tutti gli interlocutori dei vari soggetti del terzo settore, e nel contempo un rischio di potenziale svantaggio per quei soggetti che non saranno in grado di fare il passo richiesto per cogliere questa opportunità di accelerazione. Alla fine, la vera discriminante sarà dettata dal pensiero, dal senso costruttivo di crescita, benessere e sostenibilità che sapremo attribuire alla nuova normativa e al futuro del terzo settore sia come singoli soggetti sia, collettivamente come sistema Paese.

Anna Puccio – Segretario Generale, Fondazione Italiana Accenture

Avvenire – 02.11.2017

Il riuso “made in Italy” base possibile della circular economy?

I numeri legati allo sfruttamento delle risorse del nostro pianeta parlano chiaro: stiamo dando fondo all’eredità lasciata da chi ci ha preceduto. Il Global Footprint Network ci dice che quest’anno l’Earth Overshoot Day (Giorno del sovrasfruttamento) è caduto l’8 di agosto: ciò significa che entro quella data abbiamo consumato completamente il budget di risorse naturali a disposizione del pianeta per l’intero anno. Nei primi anni ’70 la data in cui la domanda annuale di risorse dell’umanità supera ciò che la Terra può rigenerare nello stesso anno, era alla fine di dicembre.

Partendo da questa considerazione è innegabile la necessita’ di una presa di coscienza collettiva che coinvolga aziende, imprese, pubblica amministrazione, terzo settore e singoli individui nel loro ruolo di consumatori, e che porti verso un nuovo modo di pensare, di agire, di produrre valore.

In questo contesto la circular economy costituisce una, o forse direi, la più grande opportunità degli ultimi 250 anni: un nuovo modello di sviluppo e crescita che produce valore grazie a un virtuoso e sinergico riutilizzo delle risorse (materie prime, energia, spazio, tempo, momenti di consumo), generando evidenti impatti positivi dal punto di vita ambientale, sociale e economico, oltre a costituire un vantaggio competitivo per quelle aziende che sapranno applicarlo in maniera sistemica e strategica.

La circular economy è una nuova rivoluzione industriale, un fenomeno che può generare sulla scena dell’economia globale un risparmio calcolato di 4.500 miliardi di dollari e un impatto sociale decisamente rilevante.

Di questo modello economico e della sue possibili applicazioni ce ne parla Peter Lacy – Global Managing Director Sustainability Services di Accenture – nel suo libro “Circular economy. Dallo spreco al valore”, raccontandoci best practice internazionali.

Ma qual è lo scenario nel nostro Paese? Le aziende pioniere come si stanno muovendo verso l’applicazione di modelli di business che riconducono alla circular economy? L’Italia ha necessità di accelerare su questo fronte?

Fortunatamente possiamo già annoverare esempi virtuosi.

D’altro canto la nostra è una cultura che storicamente ha radici nel concetto del riuso. Basti pensare alla tradizione culinaria popolare e alle nostre nonne che sfornavano polpette e pasticci per non buttare via nulla. I nostri artigiani hanno sempre considerato la cultura della riparazione come parte integrante del loro lavoro. Ora invece, purtroppo, preferiamo il prodotto usa e getta.

In Italia esistono esperienze diverse, per natura, applicazione e presa di coscienza. Due le tendenze principali.

Da un lato ci sono le aziende che hanno fatto della circular economy il proprio core business, sia esperienze storiche di applicazione del concetto di riuso e di riutilizzo, come quelle del trattamento dei rifiuti, sia approcci innovativi, come quelli legati alla digital transformation e alla sharing economy.

Dall’altro lato ci sono le realtà che pur operano in settori diversi, sperimentano la circular economy attraverso l’attuazione di progetti di responsabilità sociale d’impresa, terreno fertile per iniziative di advocacy e sensibilizzazione che favoriscono un possibile cambiamento culturale. E qui parlo ad esempio del riuso di edifici abbandonati, del riutilizzo di prodotti e materiali per realizzarne altri che vengono rimmessi sul mercato.

Qual è quindi ora il passo successivo? Valorizzare le best practice e stimolare la presa di coscienza da parte di quelle realtà pioniere che gia’ sperimentano la circular economy, sia che essa costituisca il core business, che l’ambito sperimentale di attuazione di iniziative di csr. La finalità è favorire il trasferimento di quanto replicabile ai propri modelli operativi di produzione dei ricavi e di gestione dei costi, affinché la circular economy diventi un modello di business, un nuovo modo di stare sul mercato, un approccio insito nel dna di ogni attore economico e non solo.

Sono i consumatori, attratti in numero sempre maggiore  dal valore aggiunto ambientale e sociale, che con le loro scelte possono accelerare questo processo. Fare cultura per stimolare la domanda deve essere oggi il nostro impegno.

Anna Puccio – Segretario Generale di Fondazione Italiana Accenture

Corriere Sociale – 12.10.2016