La risposta dell’economia circolare

La pressione sull’ambiente rischia di diventare insostenibile. E le risorse potrebbero non bastare per tutti. Ecco perché si impongono un nuovo modello di crescita e una convergenza tra privato e pubblico
L’economia circolare si impone oggi all’attenzione di tutti, con urgenza, per motivi pratici, concreti e di impatto sociale.
Con previsione attendibile, entro il 2030 due miliardi e mezzo di persone si aggiungeranno alla categoria dei consumatori medi, con un incremento del 100% rispetto al 2013, accedendo a prodotti e servizi per la casa, l’alimentazione, i trasporti, l’abbigliamento, le comunicazioni, il divertimento, la sanità, la cultura e quant’altro.

La crescente pressione sull’ambiente e le risorse naturali, che diventerebbe insostenibile se proiettassimo i dati attuali, potrebbe essere solo una delle problematiche da fronteggiare. Ancor prima si porrà il tema della non disponibilità di risorse sufficienti a soddisfare i nuovi bisogni.
In questo contesto, il modello lineare di crescita economica seguito nel passato non è più adatto alle esigenze delle società moderne in un mondo globalizzato, ed è necessario trovare un modo di utilizzarle che sia sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, e rientra anche nell’interesse economico delle imprese fare il miglior uso possibile delle loro risorse.

Da qui nasce un’opportunità concreta per nuovi modelli di business, come quello dell’economia circolare, basati sull’uso di fonti rinnovabili, sul riciclo dei materiali e di componenti, pensando a prodotti dalla vita più lunga, il cui utilizzo possa essere condiviso, fino a modelli basati sulla vendita del prodotto come servizio.

I driver che spingono l’adozione di questi nuovi modelli non sono solo la scarsità e i prezzi di fonti e materie prime. Un ruolo di abilitatore è giocato dalle nuove tecnologie che consentono oggi un‘accelerazione del trasferimento di informazioni e della condivisione. In ultimo, ma non per importanza, esiste una spinta sociale che vede attivi sia soggetti e approcci tipici del settore non profit, sia una massa crescente di consumatori non solo idealmente sensibili al tema ecologico e sociale, ma anche impegnati a formulare le proprie scelte d’acquisto sulla base anche di questi fattori.
In un mondo competitivo l’opportunità è per chi interpreterà, e sta interpretando, meglio questa dinamica ormai ineludibile, ma lo è anche per chi si muoverà per primo.

E in epoca di globalizzazione, a muoversi meglio, più organicamente e tempestivamente dovranno essere le imprese, ma anche i sistemi geografici locali, regionali, nazionali e, ormai, sovranazionali, come l’Unione Europea.
Un tema di questa portata e di questo impatto economico e sociale potrà essere affrontato con maggiore successo grazie alla convergenza tra privato e pubblico, tra libero mercato e regolamentazione. Economia e politica, nel più alto rispetto delle rispettive autonomie e prerogative, devono saper trovare un rapporto dialettico che rinnovi il vantaggio reciproco, a beneficio di imprese, collettività e individui.

 

– La mia finanza green –

 

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Videomakars: arte, scienza e tecnologia per raccontare Venezia

Premiare un’idea creativa capace di rappresentare una proposta di sviluppo e di innovazione per il tessuto urbano, culturale e socio-economico di una città, e al contempo creare occasioni di formazione e di occupazione per i giovani: sono queste le idee di fondo che animano la seconda edizione del concorso «videomakARS – Venice edition» dedicato quest’anno alla città di Venezia e promosso da Università Ca’ Foscari e Fondazione Italiana Accenture. Ad essere premiati saranno i 3 migliori progetti video presentati da giovani under 30 che riusciranno a raccontare, attraverso tecniche innovative di storytelling, come arte, scienza e tecnologia possano convivere in tre luoghi rappresentativi dello sviluppo scientifico, tecnologico ed economico della città: San Basilio, Arsenale Nord e Porto Marghera–Vega.

VideomakARS è un progetto che vuole dare spazio alla creatività dei giovani valorizzandone energie, idee e talenti, e al tempo stesso accompagnarli in un percorso formativo capace di conferire loro competenze che possano costituire valore aggiunto per l’inserimento nel mondo del lavoro. Attraverso una molteplicità di momenti formativi, di e-learning propedeutico offerto da Fondazione Italiana Accenture, di workshop condotti da docenti e registi, e di incubazione anche virtuale messa a disposizione dai registi Antonio Padovan, Diego Ronzio e Marina Spada, i ragazzi potranno fare della loro creatività una concreta opportunità per il loro futuro. E’ un esempio virtuoso di cooperazione per l’innovazione sociale, che nasce dal comune interesse del mondo profit e delle fondazioni corporate – Fondazione Italiana Accenture, delle università – Ca’ Foscari, e della comunità civile – la città di Venezia e i giovani, a operare con una nuova, intelligente modalità di interazione tesa a realizzare un progetto condiviso di sviluppo e di innovazione sociale e culturale. VideomakARS arriva oggi a questa edizione dopo il percorso intrapreso nella prima esperienza milanese che ha visto i video vincitori protagonisti di molti eventi di «Expo in Città» e della comunicazione ufficiale del Comune di Milano durante i mesi di Expo. Il nostro auspicio è che anche ai vincitori dell’edizione veneziana possa essere data la più ampia visibilità nei diversi circuiti, regionali, nazionali e internazionali, anche, ad esempio, attraverso la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. La storia di Venezia è una storia di innovazione per l’Europa intera e ancora oggi molti luoghi della città conservano i tratti di quella cultura. San Basilio, Arsenale Nord e Porto Marghera–Vega sono stati identificati come luoghi chiave dai quali far partire una riflessione sulle nuove linee di sviluppo della città. Al nome di Venezia viene sempre, automaticamente, associata la parola arte: attraverso le opere di questi giovani verrà svelata anche la dimensione della scienza che risiede dentro e dietro l’arte. Visione del futuro, sintesi tra arte e tecnologia, tra scienza cultura e ambiente sono i pilastri con cui l’Università può e vuole contribuire al rilancio della città. L’Università è della città, ne è parte attiva, con le proprie iniziative e attività è al suo servizio, formando talenti, sviluppando ricerca e creando innovazione. Insieme all’Università, Venezia torna ad essere fabbrica di idee e di modernità attraverso la visione e l’arte di giovani creativi. «videomakARS» rappresenta un momento importante di questo percorso, un’esperienza che potrà contribuire spunti concreti per un nuovo futuro di crescita per la città.

 

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La disoccupazione si batte anche con le start- up

Al mondo servono 600 milioni di posti di lavoro nei prossimi 10 anni, ossia 5 milioni di posti di lavoro al mese solo per impedire che la situazione peggiori. Pochi giorni fa sul suo blog su “La Stampa” Maria Grazia Bruzzone ricordava la recente previsione formulata dalla Banca Mondiale. I più colpiti rischiano di essere i giovani tra i 15 e i 29 anni, la fascia di età che già è risultata essere l’autentica vittima sacrificale di questa lunga fase recessiva globale. L’Italia in questo ultimo periodo si sta interrogando sull’efficacia e la bontà delle decisioni assunte dall’Esecutivo rispetto alla Legge di Stabilità. Dalla presentazione del provvedimento alla stampa da parte del Presidente del Consiglio si è compreso come gli interventi in ambito sociale riguarderanno azioni straordinarie sulle case popolari, la crescita dei fondi per la cooperazione internazionale, 400 milioni di fondo nazionale per le politiche sociali e servizio civile, una misura organica contro la povertà (soprattutto minorile) e incentivi al welfare aziendale.

 

Tutte cose utili, ma non basta. La sfida che questo Esecutivo deve cogliere è a mio parere anche un’altra. Secondo infatti una recente ricerca del Censis dal titolo “Vita da Millenials: web, new media, startup e molto altro. Nuovi soggetti della ripresa italiana alla prova” emerge come nel solo periodo aprile – giugno 2015 siano nate nel nostro Paese 32mila nuove imprese create da under 35. Il Censis ricorda come le aziende che vedono ai propri vertici i giovani siano il 9,8% del totale delle imprese italiane. Buona parte di queste imprese sono autentica espressione di sharing economy e il fenomeno non riguarda solo le grandi città come Milano, Torino e Roma ma anche il Sud presenta interessanti sviluppi considerando come il 40% delle nuove imprese abbia sede nel Meridione. Sono dati che devono far riflettere e che fotografano un cambiamento sociale e del tessuto economico italiano veramente importante. Non a caso Fondazione Italiana Accenture con Fondazione Eni Enrico Mattei, Buongiorno e Associazione Alumni Accenture ha realizzato in tempi non sospetti  la prima call in Italia dedicata alla sharing economy dedicata ai giovani under 30 e in quella occasione vinsero realtà di Lecce e Firenze. A livello locale sono diverse le amministrazioni che hanno colto appieno la necessità di dare un sostegno a questi giovani imprenditori “apostoli” della sharing economy, uno per tutti il Comune di Milano anche grazie al fenomeno Expo 2015. E’ bene che in questo caso si prosegua in un lavoro di “convergence” tra mondo profit, not for profit e Amministrazione. Occorre  quindi aiutare a crescere  questi germogli a procedere nella loro impresa, ma è necessario un segnale a livello nazionale.

 

Riprendo le parole di Beatrice Faleri, una studentessa italiana del King’s College di Londra che ha da poco pubblicato un interessante articolo ripreso da CapX. L’autrice evidenzia come nel nostro Paese l’ostacolo principale che le piccole imprese innovative incontrano quotidianamente riguarda il  fisco e la burocrazia. E’ vero, ma a Beatrice – e ai tanti ragazzi impegnati nel fare crescere le loro startup –vorrei  ricordare come il loro, il nostro impegno quotidiano è essere job givers, non job seekers. Al contempo un Governo che ha manifestato attenzione al terzo settore e al mercato del lavoro ha ora l’occasione – attraverso la legge di stabilità – di dare il segnale di volere facilitare la vita a questi giovani e entusiasti imprenditori. Spero che nel corso del dibattito parlamentare si possa aprire una finestra positiva per alimentare energie – e i citati  entusiasmi – di questi ragazzi.

 

– Milano Finanza –

 

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A Caccia di buone idee (e innovazione)

A new social wave” è stata una bella sfida per Fondazione Italiana Accenture e Iris Network. Bella anche perché, ormai da tre anni a questa parte, cerchiamo intenzionalmente di rinnovarla. Questo contest, infatti, svolge non solo la classica funzione di raccolta e valutazione di buone idee di innovazione sociale, ma vuole essere, più in generale, una specie di “sensore” rispetto alla capacità di intercettare e valorizzare queste innovazioni da parte delle organizzazioni più consolidate dell’imprenditoria sociale nazionale. Tradotto in termini gestionali significa promuovere la competizione non solo sul lato dell’offerta di innovazione (suscitare nuove idee), ma anche su quello della domanda, favorendo, in sede di premio, il matching più efficace.

 

Non è facilissimo, perché, sempre a proposito di “sensoristica”, la competizione fa emergere certo le potenzialità ma anche i limiti dei famigerati “ecosistemi” di innovazione e imprenditoria sociale, ormai stracitati come un mantra anche da parte di istituzioni come la Commissione Europea. Una specie di ciambella di salvataggio per politiche di sviluppo chiamate a catalizzare risorse di varia natura e provenienza che però sono sparse in un raggio sempre più ampio. Il riferimento più immediato va alle risorse economiche (donative e finanziarie) riconducibili al campo dell’imprenditoria sociale. Un ammontare considerevole guardando alle risorse dedicate – filantropia, fondi europei, finanza pubblica e privata – ma anche a quelle che, pur non avendo come esplicito riferimento l’impresa sociale, sono comunque strettamente legate alla natura della loro produzione ovvero beni e servizi di interesse collettivo. E così per i 200 milioni del nuovo fondo FRI dedicato alle “imprese dell’economia sociale” presentato al Workshop dell’Impresa Sociale di Riva del Garda da parte del sottosegretario al welfare Luigi Bobba, se ne potrebbero aggiungere altri 200 messi a disposizione dal Ministero dello sviluppo economico grazie a un nuovo bando che – riprendendo il titolo di un fortunato intervento di Renzo Piano sul domenicale del Sole24Ore – finanzia il “rammendo delle periferie” grazie a interventi di rigenerazione urbana basati su elementi quali “riduzione dei fenomeni di marginalizzazione sociale” e “miglioramento del tessuto sociale attraverso servizi sociali ed educativi”. Anche se in termini formali ad essere eligibili sono gli enti pubblici locali, chi altri, se non l’impresa sociale, potrebbe essere in grado di rispondere concretamente a queste sfide?

 

Occorre quindi lavorare, e molto, su quella che i ricercatori chiamano la “capacità di assorbimento” (absorptive capacity) delle imprese sociali, ovvero “la capacità di riconoscere, assimilare ed utilizzare nuova conoscenza, soprattutto in relazione a processi di elaborazione dell’innovazione e che è influenzata dal bagaglio di esperienze capitalizzate dall’azienda o dal personale, dalla struttura organizzativa e dalle reti di relazioni”. Si tratta di trovare il giusto equilibrio per impedire la marginalizzazione dei processi innovativi confinati nelle “varie ed eventuali” senza innescare un vero cambiamento, ma, all’opposto, cercare di non eccedere con proposte e stimoli che per svariate ragioni – culturali, organizzative, gestionali – le imprese non sono in grado di discriminare e di processare, innescando così forme di idiosincrasia e banalizzazione dell’innovazione (ad esempio rispetto all’impatto delle ICT in campo sociale).

 

Ad essere particolarmente sollecitati in questa prospettiva sono gli incubatori di imprenditoria sociale e innovativa che sempre più numerosi nascono anche nel campo dell’economia sociale. E’ il caso, ad esempio, di Trentino Social Tank, l’incubatore delle cooperative sociali trentine che ha sostenuto la terza edizione di “A new social wave”, proprio con l’intento di veicolare le proposte emerse dalla competizione nel sistema imprenditoriale a cui fa riferimento, rigenerando così la classica attività di ricerca e sviluppo. Una prova rilevante anche per il futuro di queste infrastrutture di accompagnamento, affinché assumano un ruolo centrale negli ecosistemi, svolgendo, in parole povere, quella funzione di “hub” che spesso intitola la loro ragione sociale e sostanzia la loro missione. Se invece rimangono laterali è a rischio non solo la loro sopravvivenza, ma più in generale la possibilità di veicolare in maniera sistematica ed efficace innovazioni di prodotto e di processo che sono fondamentali per alimentare la propensione ad investire non solo per una crescita incrementale, ma per aprire un nuovo ciclo di vita dell’impresa sociale.

Potrebbe addirittura scaturirne un insegnamento utile anche al di fuori del campo sociale. E’ evidente infatti che il modello classico di incubazione che accelera i percorsi di startup in vista dell’intervento della finanza di soggetti terzi segna il passo a favore di modelli di stampo partenariale basati su forme di collaborazione/integrazione (in senso lato “cooperazione”) tra imprese esistenti e imprese nascenti in un rapporto dove si scambia rigenerazione (dei modelli di business e di prodotto/servizio) con sostenibilità (delle nuove intraprese). Questa opzione richiede agli incubatori di “cambiare pelle” soprattutto per quanto riguarda la loro funzione specialistica che, nel recente passato, è stata soprattutto interpretata in senso settoriale (tecnologico, ambientale e sociale).

Questo modo di lavorare potrebbe aver rallentato quei processi vitali di cross fertilization che invece sono alla base dell’innovazione? La specializzazione andrebbe reinventata in chiave funzionale. Lo ricordavano, con grande chiarezza, due startupper seriali sul blog “La nuvola del lavoro”, proponendo di creare incubatori che seguano più da vicino alcuni passaggi chiave dei processi di creazione d’impresa a prescindere dal settore, ad esempio tutto quello che riguarda l’e-commerce. Ecco, nel caso dell’imprenditoria sociale si potrebbe trovare una specializzazione nel trovare una propria via alla scalabilità del business sociale senza assumere in forma acritica lo scaling-up mainstream, ad esempio attraverso l’incubazione di rami aziendali finalizzati a sostenere i percorsi di crescita di un’imprenditoria sociale sempre più sollecitata a “impattare” positivamente sulle principali “sfide paese” (occupazione, coesione sociale, economia avanzata dei servizi, econmia della cultura e del turismo sostenibile, ecc.). Un’operazione win-win perché lo sviluppo dell’impresa sociale passa, in questo modello, dal sostegno a iniziative che, nella maggior parte dei casi, provengono da una popolazione giovanile caratterizzata da bisogni di lavoro, di protezione sociale e, non da ultimo, di protagonismo civile.

In questo senso il sistema premiante di “A new social wave” è esso stesso scalabile: risorse economiche, incubazione centrata sul matching con le aziende sociali, esperienza di volontariato di prossimità per farne un “garanzia giovani” imprenditoriale. Basterebbe, e non sarebbe poi così difficile, costruire una rete di incubatori che fanno proprio questo schema di accompagnamento aggiungendo un ulteriore ingrediente, cioè la localizzazione degli interventi (e dei relativi investimenti). Una dimensione, quella locale, che è costitutiva dell’idea di impresa sociale e che sollecita la scalabilità non solo verso l’alto – wide -, ma anche nel senso della profondità – deep – degli interventi.

 

– Corriere Sociale –

 

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Nel centro di ricerche Expo sorga un grande laboratorio per l’innovazione sociale

All’interno del piano “Milano 2040” presentato dal Premier Renzi, Cascina Triulza sarebbe il luogo ideale per ospitare il più importante e innovativo Lab-Hub di riferimento per l’innovazione sociale e per lo sviluppo sostenibile a livello locale e nazionale oltre che internazionale. In questa fase di “progettazione” è importante riflettere su quale dignità poter dare a questo luogo che, durante i sei mesi di Expo, è stato il polo di riferimento per il mondo del terzo settore e dell’associazionismo. Creare un Social Innovation Hub tutto italiano è un progetto ambizioso e un investimento importante per il rilancio competitivo del nostro Paese in cui la ricerca sull’innovazione sociale a livello di terzo settore può avere un ruolo determinante per il tessuto sociale italiano. Temi come la sostenibilità economica, sociale, ambientale e la sharing economy devono diventare sempre più temi alla portata di tutti. La crescita culturale di un paese incide fortemente sul suo livello di civiltà: per questo bisogna favorire progetti e intuizioni che valorizzino lo scambio di idee, la diversità, la contaminazione e le eccellenze.

 

La sfida che portiamo avanti come Fondazione Italiana Accenture è quella di cercare e creare nuove soluzioni a bisogni sociali esistenti sfruttando la tecnologia in tutte le sue possibilità e i processi di digitalizzazione. Milano in questi ultimi mesi è diventata il luogo del dibattito dell’innovazione sociale anche grazie al Social Enterprise World Forum dello scorso luglio, nel corso del quale l’ospite d’onore, il Premio Nobel Muhammad Yunus, ci ha consegnato come lascito alcune parole che consideriamo la perfetta sintesi del pensiero che portiamo avanti: “la contaminazione tra profit e non profit porta innovazione, reputazione, motivazione e fiducia”. Quello che ci auguriamo è che l’esperienza e la carica propulsiva favorita e generata da Cascina Triulza non si esauriscano con la fine dell’Esposizione Universale e che questo luogo continui ad essere punto di incontro, interlocuzione e scambio per l’intero sistema nazionale e internazionale che ruota intorno ai temi legati all’innovazione Sociale.

 

– Avvenire –

 

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Oltre la Csr, le aziende vincenti con la sostenibilità

Le fondazioni d’impresa e le funzioni di Corporate Social Responsibility stanno evolvendo verso un modello che le vede parte integranti e coerenti con la strategia dell’impresa stessa, e, in particolare, con la strategia di sostenibilità. In questo approccio innovativo, così come Accenture, società di consulenza globale, aiuta i propri clienti a cogliere tutte le opportunità offerte dalla digital transformation per sviluppare business efficienti e sostenibili, la Fondazione Italiana Accenture, nel contesto della digital transformation, promuove l’innovazione sociale come modello competitivo per il mondo non profit facendo leva sui cambiamenti di paradigma abilitati dalle nuove tecnologie.

 

Noi per primi, infatti, ricorriamo al digitale  attraverso la nostra piattaforma www.ideaTRE60.it che rappresenta un punto di incontro tra chi ha progetti di innovazione sociale -terzo settore, ma anche giovani, gruppi spontanei, ricercatori e università- e chi è interessato a mettere in gioco risorse realizzative quali finanza, competenze, reti e infrastrutture -aziende e fondazioni d’impresa-.

 

L’innovazione digitale svolge  un ruolo  abilitante che permette di mettere in rete i bisogni sociali con le soluzioni per soddisfarli. Essa diventa il volano per la generazione, ottimizzazione, promozione e attuazione di progetti di innovazione sociale che altrimenti non avrebbero potuto accedere a risorse e competenze specifiche. L’altro elemento innovativo delle fondazione d’impresa e delle CSR  è costituito dalla forte esigenza di misurazione dell’impatto sociale che dà concretezza al loro operato. Ad esempio, Accenture ha all’attivo un programma globale di Corporate Citizenship denominato Skills to Succeed che ha l’obiettivo di offrire a oltre 3 milioni di persone in tutto il mondo le competenze necessarie ad ottenere un lavoro o avviare un’attività entro il 2020. E anche la Fondazione adotta strategie e obiettivi misurabili in termini di scalabilità, replicabilità , formazione e occupabilità. Tutte le call for ideas che vengono abilitate attraverso la piattaforma www.ideaTRE60.it si basano  su valore sociale e sostenibilità economica.

 

I due parametri chiave sono quindi la scalabilità e la replicabilità dei modelli proposti, che devono essere parte integrante dei business plan. Un terzo elemento di misurazione è la capacità di costituire una community dinamica, qualificata e attiva, grazie al digitale. Il nostro  modello, quindi,  consiste nella capacità abilitare attività economicamente sostenibili e ad alta innovazione sociale, in grado di generare posti di lavoro e crescita sostenibile per le collettività. Inoltre, nel nostro operato di Fondazione, applichiamo modelli di innovazione sociale attraverso la creazione di network anche digitali, con altri soggetti , fondazioni, CSR di altre imprese, NGO’s che insieme a noi diventano moltiplicatori di erogazione di risorse finanziarie, competenze e formazione, al servizio del not for profit.

 

Le Fondazioni d’impresa e le CSR sono destinate ad essere germogli di un processo più ampio, che sta portando la responsabilità sociale dall’essere una delle funzioni di supporto al business all’essere una componente organica delle strategie di sviluppo d’impresa, con un approccio pervasivo in tutti le attività del business stesso, dagli acquisti ai canali distributivi, dalla ricerca e sviluppo ai modelli produttivi della ‘circular economy’, dalla gestione delle risorse umane al rapporto multi-stakeholder. I campioni della prossima fase di sviluppo economico e sociale saranno tra quelli che meglio e prima sapranno interpretare questa nuova convergenza tra profit e innovazione sociale facendo leva sulla trasformazione digitale.

 

– Nova24 –

 

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Innovare, ma senza dimenticare la competitività

Parlando di start up sociali, il successo di un’idea progettuale non può basarsi su un singolo elemento di eccellenza; tutte le componenti che vi ruotano attorno devono essere adeguate. Temi come la sostenibilità economica, sociale e ambientale devono far parte dell’intenzione consapevole, manifesta e condivisa dei fondatori. Sostenibilità, in particolare quella economica, significa una cosa molto semplice: che i ricavi devono essere uguali o superiori ai costi. Oggi anche il mondo delle donazioni, in tutte le sue variegatissime forme, si sta orientando verso erogazioni che, anche quando non richiedono la restituzione o la profittabilità, esigono che la nuova organizzazione divenga autosufficiente. Spesso, a mio avviso, il corretto e necessario dibattito sui tema profitto e redditività, sposta l’attenzione da un tema ineludibile quale è quello dei ricavi. Ogni costo, ogni stipendio, ogni acquisto implica che da qualche parte ci sia un ricavo: qualcuno che paga per quel costo. Si tratta certo di una banalità, ma è una banalità spesso non attesa.

 

In secondo luogo vi è la necessità di avere una forte valutazione dei processi. Purtroppo la bontà etico ideologica di un progetto non è sufficiente ad assicurarne il successo: l’offerta, per chiunque debba aderire, sottoscrivere, partecipare, acquistare, scambiare deve avere una chiara valutazione conveniente e semplice. Si può anche pensare ad un’offerta “spinta” rivolta a un pubblico non ancora consapevole di un bisogno e quindi della sua possibile risposta. In questo caso il timing e l’intensità dell’investimento promozionale dovranno essere adeguati a far maturare un mercato. Inutile dire che anche il piano di marketing e comunicazione dovrà essere adeguato: neppure una buona value proposition è sufficiente se non la conoscono un numero adeguato di possibili ‘clienti’ nell’arco di tempo prefissato per raggiungere il pareggio dei conti. Pure il piano di marketing rappresenta un costo soprattutto visto l’ormai straordinario affollamento della rete.

 

Aggiungerei alla lista una elemento forse meno evidente che è quello di identificare un chiaro vantaggio competitivo difendibile. Che ci piaccia o no, viviamo in un mondo altamente competitivo, dove la rete ha facilitato straordinariamente la globalizzazione, dove spesso vince chi riesce ad essere il primo della propria categoria.

 

Non si tratta di una “ricetta preconfezionata”: quello che vogliamo portare avanti come Fondazione Italiana Accenture si riflette nella volontà di aiutare ogni start up a considerare tutti gli aspetti (offerta innovativa, sostenibilità, tecnologia, processi produttivi, marketing, finanza, management) come ingranaggi che devono essere perfettamente cooperanti perché la macchina funzioni al meglio. Penso anche che una convergenza maggiore, più organica, strutturale, tra imprese profit e mondo non profit possa portare a lavorare insieme queste realtà per un valore condiviso (sociale ed economico) mettendo a fattor comune non solo le intenzioni, ma anche modelli e processi operativi e organizzativi, competenze, reti, infrastrutture e tecnologie.

 

La sfida è impegnativa, ma siamo ottimisti: gli sfidanti sono molti, agguerriti e preparati, le strutture di supporto sono ormai molte e anche il quadro normativo e finanziario sta evolvendo in maniera positiva.

 

Non potremo che trarne vantaggio, sia socialmente che economicamente, sia come individui che come collettività.

 

– Corriere Sociale –

 

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